L’introduzione di Renato Farina al catalogo della mostra su Eugenio Corti

Dalla Brianza al mondo. È bello questo titolo per una mostra dedicata ad Eugenio Corti. In fondo sta qui l’essenza di una terra e del suo cantore che meglio l’ha rappresentata dandole un’espressione e un timbro poetico che reggerà i secoli (se ce ne saranno…).

Non c’è stata mai alcuna gens che sia stata più legata a una casa, a una famiglia, al Dio “qui e ora”, al tabernacolo della sua chiesa del popolo brianteo; eppure è fatto per andare più in là, oltre i suoi monti e i suoi confini velati di nebbia leggera. Un po’ come i mobili intagliati nelle botteghe, che camminano portando nell’universo il genio brianteo. Oggi la Brianza ha cambiato le specialità merceologiche – si dice così? – ma il significato è sempre quello: un amore al lavoro, alla famiglia, al Cielo e alla terra che hanno un sapore particolarissimo e insieme universale. Come capitò ai pescatori di Galilea.

Questo è il compito che si propone la mostra: far comprendere alla Brianza la propria identità attraverso le parole e le memorie del suo scrittore unico e in fondo segreto, dare questa sua acqua profumata e chiara ai brianzoli perché si rendano conto della portata da Rio delle Amazzoni di questo ruscello fresco. Che poi è la loro stessa essenza, la “possente umiltà del popolo minuto” (Riccardo Bacchelli).
Grazie a Corti la Brianza e la sua gente riscoprono più viva che mai una dignità culturale che sfida il nichilismo contemporaneo, dà significato alla morte perché lo dà alla vita, in qualsiasi suo aspetto, dolore e gioia, tradimento e fedeltà, ma soprattutto quieto amore, lavoro lungo, paziente, durevole.

Bisogna andare a casa di Corti per capire tutto questo. C’è l’odore buono della Brianza che è più grande della Brianza. Qualcosa che viene insieme o forse prima ancora dei pensieri; qualcosa per cui non so trovare altra definizione che la vita. C’è la vita della Brianza in quella sua villa di Besana Brianza. Il colore del giardino, di un verde che è solo brianzolo. L’ospitalità discreta, senza sfarzi né scene. La penombra. C’è un tipo di umanità unica lì: la quale è sì di Eugenio e Vanda Corti, ma che è espressiva dell’identità di una terra.

La Brianza in passato ha avuto grandi incarnazioni: preti fondatori e santi, imprenditori geniali, un papa immenso, pittori magnifici. In Corti ha trovato la forma letteraria e culturale. Al punto che, senza Eugenio Corti, oggi sarebbe impossibile parlare della Brianza vivente. Sarebbe un marchio di successo, ma in fondo reperto glorioso valido per il marketing ma non per illustrare una vita buona possibile oggi. Invece c’è stato e c’è Eugenio Corti, il quale coincide con la sua opera, in particolare con Il cavallo rosso. Lì c’è la saga di una famiglia, l’epopea del Novecento vissuto dal di dentro della comunità irripetibile che si chiama Brianza. Ma non è solo Brianza. Il particolare diventa universale. Emerge la natura profonda ci che cosa sia l’uomo ieri, oggi e sempre. Certo, ha i connotati lombardi, ma ciascuno – fosse lappone o giapponese – riconosce le mosse del proprio cuore.

Non ci sono paragoni possibili se non con Lev Tolstoj. Oppure, ecco, con Aleksandr Solženicyin, il quale ha consegnato ai suoi contemporanei e ai posteri non solo la memoria del Gulag, ma lo spirito russo, con l’impasto di temperamento, ideali, vizi, passioni. Per questo è stato maestro di letteratura e di umanità. Così Eugenio Corti. Scrisse Jorge Luis Borges: “L’India è più grande del mondo”. Anche la Brianza.

Renato Farina, membro della VII Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione) della Camera dei deputati

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